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Nato a Tivoli, iscrittosi al partito socialista nel 1919, aderisce al Partito comunista d'Italia schierandosi con i secessionisti al Congresso di Livorno. Costretto all'esilio nel 1922 per aver ucciso il segretario del fascio, raggiunge Mosca dopo varie peregrinazioni. Trova lavoro in fabbrica, sposa una giovane comunista e nel corso della NEP si allontana dalla dirigenza staliniana aderendo all'opposizione trockista. La vittoria di Stalin segna la sua emarginazione politica. Dopo un tentativo di riabilitazione fallito, viene arrestato nel 1936 e mandato nel lager di Vorkuta in Siberia. La pena gli viene prolungata e dopo una breve parentesi di libertà tra il 1948 e il 1949, viene nuovamente arrestato e confinato al soggiorno obbligato a Igarka sino al 1960. Rientra in Italia nel 1965 aiutato da Umberto Terracini e si dedica totalmente, in mezzo a mille difficoltà e ostacolato dalla sua scarsa dimestichezza con la scrittura, al dovere della memoria, per far conoscere al mondo la verità sull'Unione Sovietica. Fa circolare a sue spese i manoscritti e finalmente nel 1977 pubblica con la casa editrice La Pietra, vicina a Pietro Secchia, avversario di Togliatti, il volume Il redivivo tiburtino. L'epoca del compromesso storico non è favorevole alle denunce scomode. Solo alla fine degli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del comunismo il suo impegno di denuncia sarà riconosciuto. Ma nel frattempo Dante Corneli è morto, solo e dimenticato, il 10 settembre del 1990.
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