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Autore del progetto di genocidio è l’Akazu,
la “casetta”, il clan familiare del presidente Habyarimana,
che ha mobilitato gli estremisti hutu del nord. Questi hanno affiancato
all’esercito regolare dei gruppi d’attacco, gli interahamwe,
“quelli che lavorano insieme”, presi dalla popolazione civile,
li hanno armati ed incitati al genocidio. Tutti gli hutu sono stati chiamati
al genocidio: chi non partecipava al “lavoro” era considerato
un nemico, e quindi andava eliminato. Questa particolarità del
genocidio ruandese è visibile anche dalle cifre: 20.000 circa
sono considerati i pianificatori (militari, ministri, sindaci, giornalisti,
prefetti, ecc,) ; 250.000 circa i carnefici, gli autori diretti dei crimini;
250.000 circa le persone implicate negli atti di genocidio. Nel novembre del
’94 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha creato il Tpir,
il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, con sede ad Arusha, in
Tanzania. Il Tpir in dieci anni ha giudicato e condannato soltanto una
ventina di persone. Per rilanciarne i lavori nel 2003 l’ONU ha
designato come procuratore capo, con competenza esclusiva per il Rwanda,
Hassan Bubacar Jallow. Attualmente sono quasi 90.000 i
prigionieri detenuti nelle carceri ruandesi. Di fronte
all’impossibilità, per il sistema penale locale, di
sottoporre a processo tutti i carcerati, nel 2000 sono state istituite
le gacaca, tribunali popolari, che invitano i colpevoli ad
ammettere le proprie colpe in cambio di importanti sconti di pena.
Tra gli inquisiti vi sono anche sacerdoti cattolici.
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Il primo presidente hutu, Gregoire Kayibanda
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Accusati del genocidio in attesa del processo
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