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Attilio Francesetti

1926 - 2010

il Giusto della montagna


Testimonianza segnalata dall’articolo “Addio al vecchio Tiliu” di Gianni Giacomino, pubblicato su «La Stampa» del 9 giugno 2010

Attilio Francesetti nasce a Ceres, nella valle di Lanzo. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali gli abitanti di quella zona accolgono e nascondono molti ebrei che cercano di sfuggire alla persecuzione.
Attilio è un ragazzo di appena 18 anni che di notte contrabbanda riso e sale attraversando il confine francese e per questo ha imparato a conoscere ogni angolo delle montagne. Spesso raggiunge l’albergo Currà di Ceres dove il proprietario nasconde alcuni perseguitati che vorrebbero raggiungere la Francia. Attilio non esita a mettersi in pericolo per aiutarli con un amico a oltrepassare il confine, guidandoli attraverso percorsi impervi e sconosciuti. Almeno un centinaio di persone devono la vita ad Attilio.
Nel 2010 Attilio Francesetti muore a 84 anni a Ceres.
Nel 2006 la Comunità ebraica torinese gli conferisce un attestato di merito invitandolo a Villa Genero per l’intitolazione di una via ai Giusti del Piemonte e della Valle d’Aosta ma dopo la guerra l’uomo non ha più lasciato i suoi monti.
La storia della generosità degli abitanti di questa valle è stata resa nota da una dei salvati, la torinese Laura Colombo, una maestra elementare in pensione.

Dal testo dell'articolo la testimonianza di Attilio Francesetti

«Se i fascisti ci scoprivano, ci avrebbero ammazzati come delle bestie, senza pietà» - diceva Francesetti. Poi, alzando la testa china sulla sua barba bianca da profeta, aspirava una boccata dalla pipa e ti guardava dritto negli occhi: «Ma che altro potevo fare?» [...]
Attilio andava in Val Grande e chiamava un amico: «È ora di andare dall’altra». Avanti e indietro per salvare delle vite. Da Forno Alpi Graie salivano al rifugio Daviso poi, attraverso il Col Girard, sconfinavano oltralpe. Quando rammentava queste storie, «Tiliu» era vinto dall’emozione: gli occhi diventavano lucidi e la voce si incrinava. Raccontava: «Una volta a novembre si presentò una coppia di giovani sposi disposta a tutto pur di passare il confine. La ragazza, però, calzava scarpe con il tacco. Così mia madre le diede i suoi scarponcini. Avevano un bambino appena nato, attraversare i ghiacciai sarebbe stato troppo rischioso in quella stagione, allora tosammo una pecora e infilammo la lana dentro uno zaino dove sistemammo anche il piccolo, che per fortuna arrivò vivo nel primo villaggio del versante francese». Qualche anno dopo la fine della guerra quella coppia di sposi bussò alla porta di «Tiliu». «Volevano che andassi con loro in America, ma io come avrei vissuto a New York? A me bastavano due pecore, una capra e i miei monti».
Attilio Francesetti conservava ancora le lettere che quella che lui chiama «la famiglia di Eugenio» gli ha spedito dagli States e il cronografo d’oro massiccio che gli regalarono.


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