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La giustizia negata: Clara Pirani, nostra madre, vittima delle leggi razziali


Giuliana, Marisa, Gabriella Cardosi
Edizioni Arterigere/Essezeta, Varese, 2005

Giuliana, Marisa e Gabriella Cardosi, insegnanti come i genitori, testimoniano in tono chiaro, semplice, apparentemente perfino dimesso, i drammatici avvenimenti che hanno caratterizzato la loro infanzia e giovinezza, vissute nel clima di persecuzione, ostilità e indifferenza, degli anni della guerra e del dopoguerra.
Attraverso il proprio ricordo e le foto d’epoca, i documenti pubblici e le lettere private, le autrici ripercorrono i luoghi della memoria pubblica e privata, dal 1938 al 1953, da Milano a Auschwitz, da cui la madre, deportata nel 1944, non fece più ritorno.
Dal racconto a più voci emerge la corresponsabilità della RSI nella caccia agli ebrei; il modo grottesco con cui vennero condotti molti processi contro i responsabili; la sorda opacità delle autorità della Repubblica italiana nel risarcimento dei perseguitati.
Una storia di dolore ma anche di resistenza, come emerge dalle ultime parole lasciate proprio dalla madre delle autrici prima di partire per un viaggio senza ritorno: “Coraggio, siamo forti, dobbiamo esserlo io e voi, perché la guerra deve finire presto”.
Resistenza anche di chi cercò di aiutare Clara Pirani, opponendosi alla barbarie dei tempi oscuri: la figura dell'agente di custodia che ha pagato con la vita la sua azione di soccorso ed è stato insignito del titolo di "Giusto tra le Nazioni" anche grazie alla testimonianza delle sorelle Cardosi.
Giuliana Cardosi, la maggiore delle tre sorelle, nel libro ricorda:
"Dal 13 maggio all’8 giugno 1944, periodo in cui la mamma era detenuta in quel luogo, prima di essere trasportata al 'campo di Polizia e di Transito' di Fossoli presso Carpi e quindi deportata ad Auschwitz da cui non fece più ritorno, ogni settimana io incontravo Andrea Schivo a Milano, nella sua abitazione di via Savona, per consegnargli dei pacchi con cibo ed indumenti per la mamma e per ricevere e inviarle nostre notizie. Ancora mi rivedo, proprio in quei giorni compivo 18 anni; salivo verso sera, prima del coprifuoco, sul vecchio tram della circonvallazione 29-30 e scendevo alla fermata di Porta Ticinese; poi, oltrepassati i Navigli, percorrevo in fretta il breve cammino che mi separava dal caseggiato popolare ove abitava il secondino. Lo incontravo per pochi minuti…nel piccolo pianerottolo sulle scale, solo il tempo di consegnare i fagotti che portavo, mentre da lui ricevevo i biglietti che la mamma ci scriveva, ripiegati più volte per poter essere passati di mano in mano senza essere scoperti. ….Con l’aiuto di quella guardia carceraria si apriva per noi uno spiraglio tra le mura invalicabili del carcere. … E un giorno la mamma scrisse: 'Vi prego di non abusare della cortesia del latore del presente. Egli è soggetto a continui rischi'”.
Poco dopo la deportazione di Clara, Andrea Schivo fu scoperto per una banale distrazione e deportato in un lager tedesco, dove morì il 29 gennaio 1945. Nel 2006 il riconoscimento di Yad Vashem.

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