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Addio a Malvina Burstein

salvò 1500 ebrei ungheresi


Si è spenta a 97 anni la donna che mise in salvo 1.500 ebrei ungheresi durante la Shoah.

Malvina è originaria di Trebisow, in Cecoslovacchia. Quando la cittadina viene invasa dai nazisti chiude il negozio di modista e vive nascosta in una cantina per un anno. Nel 1942 raggiunge Budapest grazie a documenti falsi, qui conosce altri ebrei. 
Uno di loro riesce a ottenere centinaia di permessi di lavoro falsi per non ebrei ordinandoli per telefono all'Istituto poligrafico nazionale, fingendosi un grande industriale. 
Malvina, che è elegante e di bell'aspetto, si assume il rischio di andare a ritirare questi permessi per tre volte, dicendo di essere la segretaria del finto imprenditore.
La maggior parte delle persone che ricevono il permesso sopravvivono e fuggono in Israele. Dopo la guerra Malvina emigra negli Stati Uniti dove conduce un'esistenza tranquilla e lontana dai riflettori. Trascorre l'ultimo periodo della sua vita in una casa di riposo del Maryland.

24 novembre 2010

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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