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Il male può essere banale?

il dibattito a 50 anni dal processo Eichmann


Secondo lo storico Yaacov Lozowick, ex direttore degli archivi di Yad Vashem 'Banalità del male' è un termine inventato da Hannah Arendt, ebrea nata in Germania che scappò dai nazisti nel 1940 e divenne il primo professore donna alla Princeton University. [...] Al centro della tesi di Hannah Arendt c’era la figura di Eichmann, che lei aveva visto in tribunale come un burocrate piccolo, ordinario, grigio, non particolarmente intelligente, sicuramente incapace di suscitare grande apprezzamento, e quindi l’idea della banalità del male: in circostanze storiche straordinarie gente normale, non particolarmente motivata ideologicamente, non particolarmente mostruosa in sé, può diventare un terribile meccanismo di una macchina capace di crimini immani e di causare un’enorme sofferenza. Il tutto senza rendersi mai pienamente conto di quello che accade. Secondo Hannah Arendt queste persone medie e mediocri come Eichmann possono diventare terribili mostri senza sapere di essere mostri e senza rendersi conto di quel che fanno".

Lo storico ribatte a quest'idea chiedendosi: "Che cosa possiamo dire delle azioni dei burocrati e di Eichmann in quanto burocrate? La prima cosa che devo dire in merito è che sebbene loro principalmente fossero burocrati e lavorassero dietro delle scrivanie in ufficio, non solo erano feroci antisemiti da prima dell'ascesa al potere di Hitler, ma la maggior parte di loro presto o tardi, spesso ripetutamente, venne in contatto diretto con ebrei perseguitati e mandati alla morte. A Berlino parteciparono alle retate di ebrei, in Francia, in Olanda, in Grecia, in Slovacchia, ovunque, essi forse non erano quelli che dirigevano le deportazioni, ma fecero cose come controllare che le deportazioni fossero eseguite 'correttamente' e in caso contrario erano chiamati a pensare a soluzioni 'migliori'. Quindi la prima cosa da dire è che Eichmann e i suoi colleghi erano sì burocrati, ma assistettero fisicamente forse non alle uccisioni, ma almeno alle deportazioni che furono una cosa terrificante per gli ebrei, e non potevano dire che non si rendevano conto del male. Un male che fu molto doloroso per gli ebrei. Questa è la prima cosa.
La seconda è che uno degli aspetti in cui Eichmann e i suoi colleghi furono coinvolti era di convincere altre organizzazioni che questa era la cosa necessaria da fare. In Germania non fu un problema, ma in posti come l’Olanda e certamente la Francia, il Belgio, la Slovacchia, l’Italia e anche altri Paesi d’Europa, dovettero persuadere gli altri burocrati che rastrellare e deportare gli ebrei in luoghi da cui non sarebbero mai più ritornati era una buona idea. A volte ciò non era difficile, ma altre volte lo fu".



Il saggio: The Eichmann trial

Al processo Eichmann Deborah Lipstadt ha dedicato un volume non ancora tradotto in italiano, The Eichmann trial. Secondo Franklin Foe la scrittrice "non contesta la geniale intuizione della Arendt sulla banalità del male che - in termini un po’ più elaborati - è divenuta l’interpretazione comunemente propugnata dalla storiografia.
Ma accusa la Arendt di aver ignorato l’antisemitismo e di aver trascurato le prove di quanto fosse importante il ruolo di Eichmann nella pianificazione del genocidio, per poterlo meglio rappresentare come un patetico burocrate.
È sempre utile rievocare il mondo in cui il processo ebbe luogo: un mondo che non riconosceva lo sterminio e spesso addirittura lo ignorava.
Per questo Ben Gurion e Hausner furono straordinariamente bravi a usare il processo Eichmann a scopo pedagogico.
Portarono il genocidio nazista sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. A quasi venti anni di distanza l’Olocausto assunse nella coscienza popolare un ruolo proporzionato alle sue spaventose dimensioni (fu proprio il processo a diffondere l’uso del termine Olocausto per il genocidio).
I critici insinuarono che gli israeliani violavano i limiti dell’equo giudizio nel perseguire questo scopo più ampio. Ma Ben Gurion e Hausner intendevano proprio perseguire questi scopi più ampi con il processo Eichmann".

Gabriele Nissim: Moshe Landau e Hannah Arendt

Lo scrittore nell'editoriale per Gariwo.net ricorda la figura del giudice del processo Eichmann Moshe Landau, scomparso da pochi giorni, e racconta: "Nella sentenza che decretò la condanna a morte di Eichmann confutò le tesi difensive del criminale nazista che nel corso del dibattimento cercò di giustificarsi, sostenendo di avere soltanto obbedito a degli ordini. 'Anche se fosse stato provato che l’imputato avesse agito per obbedienza cieca, come egli sosteneva, avremmo comunque detto che un uomo che ha preso parte a crimini di tale portata avrebbe dovuto scontare la pena massima e non avrebbe potuto ottenere una riduzione della pena. Ma abbiamo invece scoperto che l’imputato ha agito per un’identificazione interiore con gli ordini che gli erano stati dati e per una forte volontà di raggiungere l’obiettivo criminale. È per noi irrilevante se questa identificazione o volontà sia il risultato della formazione che ricevette in quel regime come sostiene la difesa'. Riflettendo su quel suo giudizio domandai a Landau cosa pensasse del libro di Hannah Arendt su Eichmann e della sua tesi sulla banalità del male.
[...]'Eichmann ha fatto uccidere gli ebrei con profonda convinzione. Altro che banale… amava con tutto il suo cuore il lavoro che faceva. Ha agito in questo modo perché pensava come un nazista, non perché non era in grado di pensare'. Recentemente sono stati pubblicati dal settimanale Der Spiegel alcuni documenti che sembrano confermare le osservazioni di Moshe Landau. In una conversazione registrata con dei suoi amici nazisti in Argentina prima dell’arresto, Eichmann esprime dispiacere per non avere portato a termine il suo lavoro: 'Noi non abbiamo lavorato bene. Si poteva fare molto meglio'. E poi aggiunge: 'Io non ero un semplice esecutore di ordini. Non ero uno stupido, facevo parte dei pensatori del progetto. Io ero un idealista'. Daniel Goldhagen nel suo ultimo libro Peggio della guerra (Mondadori), polemizzando con Hannah Arendt, ricorda che il vero Eichmann era profondamente antisemita e fiero di esserlo. Egli stesso confessò a degli amici nazisti che a motivarlo nelle sue azioni era una convinzione interiore: da qui nasceva il suo fanatismo. 'Quando giunsi alla conclusione che fare agli ebrei quello che abbiamo fatto era necessario, lavorai con tutto il fanatismo che un uomo può aspettarsi da se stesso. Non c’è dubbio che mi considerassero l’uomo giusto al posto giusto… Ho agito sempre al cento per cento, e nell’impartire ordini non ero certo fiacco'. Ancora più rilevante, ricorda Goldhagen, è il fatto che Eichmann si vantava dei milioni di ebrei che aveva ucciso. Pochi mesi prima della fine della guerra disse al suo vice: 'Riderò quando salterò dentro la tomba al pensiero che ho ucciso cinque milioni di ebrei. Mi dà molta soddisfazione e molto piacere'. Sono queste le parole - si chiede l’autore - di un burocrate che fa il suo lavoro senza pensare, senza riflettere, senza avere una particolare opinione? Ha avuto dunque torto Hannah Arendt quando ha dipinto il carnefice nazista come un uomo mediocre e superficiale e lo ha presentato nei suoi scritti come l’emblema degli uomini che commettono i più orribili delitti senza porsi nessun interrogativo morale? In realtà la filosofa ha cercato nel suo libro di introdurre un nuovo punto di vista sui responsabili del male estremo. 'Le sue azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso'. Ha voluto così sottolineare come gli omicidi di massa nei totalitarismi non sono stati progettati ed eseguiti da uomini che agivano per il gusto del male, ma da esseri comuni. Ecco l’intuizione della banalità del male, un’ipotesi per nulla rassicurante, come aveva sottolineato lo scrittore Vasilij Grossman analizzando i delatori che mandavano le persone a morire nei gulag. Grossman osservava che il male veniva compiuto da persone che apparentemente sembravano per bene. 'Sapete cosa c’è di più ripugnante nei delatori? Quel che di cattivo c’è in loro, penserete. No! È più terribile ciò vi è di buono in loro; la cosa più triste è che sono pieni di dignità, che sono gente virtuosa. Loro sono figli, padri, mariti teneri e amorosi, gente capace di fare del bene, di avere grande successo nel lavoro'. Eichmann, come aveva osservato la Arendt durante il processo, aveva cercato di mostrarsi come un burocrate irreprensibile che eseguiva con zelo gli ordini ricevuti e rispettava le leggi dell’epoca. Si è creato però nel corso degli anni un equivoco sul pensiero della filosofa tedesca. È parso a molti suoi critici, soprattutto in Israele, che il concetto di banalità del male possa venire applicato soltanto a una categoria di persone: coloro che di fronte a dei crimini voltano la testa dall’altra parte e che eseguono degli ordini terribili senza riflettere. Chi invece è convinto di un’ideologia eliminazionista (come lo era appunto Eichmann) non rientra nella tipologia descritta da Hannah Arendt. Invece per la filosofa chi viene sedotto dalle sirene di un’ideologia che propone per la felicità del genere umano l’eliminazione di una parte 'infetta' dell’umanità e crede che il mondo possa essere spiegato con un’idea di pura fantasia applicata alla realtà, rientra a pieno titolo nel novero delle persone che abdicano al pensiero".

È dello stesso avviso il docente Salvatore Pennisi: "Il mio accordo è tanto più convinto quanto più rilevo che non c'è nulla di demoniaco né di titanico non solo nei comportamenti dei gerarchi nazisti, ma neanche nella coscienza di tutti quei persecutori – nei diversi contesti dei genocidi della seconda metà del ‘900 - che in nome dei loro 'ideali' si ritengono legittimati a compiere qualunque efferatezza. Dirò di più: a un livello meno invasivo e certamente meno distruttivo, ma purtroppo sempre più pervasivo, si tratta dello stesso atteggiamento di violenza psicologica che fa della buona madre di famiglia, dell'onesto professionista, della signora perbene o del buon politico persecutori contemporanei con la coscienza a posto di coloro che vengono identificati come diversi o pericolosi per l'integrità della propria identità".

Sante Maletta: il sonnambulismo spirituale

Il filosofo Salvatore Natoli afferma: "Chi non si accontenta di una critica superficiale non deve dimenticare che l’espressione ‘banalità del male’ deve molto alla lettura del romanzo I sonnambuli di Hermann Broch, pubblicato in tre parti tra il 1929 e il 1932. Per Broch (con cui la Arendt intrattenne una profonda amicizia impreziosita da un lungo scambio epistolare) l’uomo contemporaneo tende sempre più a vivere deformando il rapporto con la realtà, da sonnambulo appunto. Sul piano morale l’esito è catastrofico, perché chi decide e agisce senza considerare la realtà nella sua ricchezza e complessità vive e pecca nell’ignoranza.
Da questo punto di vista la buonafede diviene un’aggravante in quanto, come dice Claudio Magris, 'è il risultato di una lunga opera di corruzione della propria coscienza, stordita, inebriata o appannata dall'abitudine alla menzogna e al male, sino a diventare incapace di distinguere il bene dal male, sino a convincersi di essere nel giusto anche quando si macchia di colpe perché non vuole guardare in faccia la realtà, la difficoltà e la responsabilità di scegliere, la necessità di giudicare e di essere giudicata'. La stupidità che Arendt attribuisce a Eichmann è la stupidità del sonnambulo che è privo di un rapporto sano con la realtà. E di tale mancanza è egli stesso colpevole".

Per lo studioso Alessandro Matrangolo "L’abdicazione del pensiero di cui parla la filosofa ha a che fare con l’impossibilità di rapportarsi alla realtà e al suo senso, precludendo di conseguenza all’uomo ogni possibilità autentica di agire. La destituzione di questa facoltà spirituale fondamentale, ma allo stesso tempo altamente problematica e vacillante, si situa perciò nel momento in cui il principio dell’azione viene sostituito dall’ideologia. L’intero cammino di pensiero della Arendt mostra come questo movimento sia tipico dei regimi totalitari. E il caso Eichmann costituisce la riprova di quanto ciò sia terribilmente costitutivo di individui 'normali' una volta che la 'logica di una idea' si sia insinuata nel loro intimo e che la realtà stessa diventi un prodotto di essa".

(Foto da Wikipedia)

19 maggio 2011

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Prevenzione delle persecuzioni

la memoria, i Giusti, l'impegno internazionale

La prevenzione dei genocidi e più in generale dei crimini contro l'Umanità è all'ordine del giorno della politica internazionale dopo le tragedie del Novecento in Europa e l'apertura di altri fronti di persecuzione e di sterminio nel mondo. La sensibilità degli Stati è cresciuta con l'entrata nel nuovo millennio, ma rimane ancora molto limitata e troppo spesso impotente.
Daniel J. Goldhagen, autore del famoso saggio I volenterosi carnefici di Hilter, nel successivo Peggio della guerra: lo stermini di massa nella storia dell'Umanità, conia un nuovo termine - eliminazionismo - per indicare tutte le forme di sterminio di massa, sottolineandone il carattere politico, di scelta lucidamente operata dai carnefici per ricavarne un vantaggio di potere.

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