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Il nemico della verità dei genocidi


Una delle caratteristiche ricorrenti nei fenomeni genocidari è il tentativo dei persecutori di occultare le prove dei massacri e negare l'intenzione dello sterminio, attribuendone la responsabilità alle stesse vittime, con un'operazione pianificata di mistificazione della realtà. Per attuare questo disegno risulta fondamentale piegare il linguaggio alle proprie esigenze. I nazisti ponevano un'attenzione maniacale all'uso di termini "neutri" per descrivere, non solo all'esterno, ma anche fra loro, la politica antiebraica: "soluzione finale" anziché sterminio, "trasporto" piuttosto che "deportazione"; gli stessi artifici linguistici utilizzati dagli autori del primo genocidio del XX secolo, che pretendevano di giustificare la persecuzione degli armeni come la necessaria tutela del governo turco contro un popolo ritenuto simpatizzante del nemico russo; così come il sistema dei gulag in URSS veniva definito dal Partito-Stato un modo per "rieducare" i "nemici del popolo", che in realtà venivano condannati ai lavori forzati in condizioni disumane fino alla morte, in quanto avversari politici o presunti tali, ma di regola vittime innocenti.

Nelle epoche successive agli avvenimenti le ricerche degli storici si concentrano sulle fonti documentarie che testimoniano la realtà dello sterminio e la volontà di attuarlo, sostenuta da piani ben definiti, come ricorda la stessa dichiarazione approvata dall'ONU nel dicembre del 1948, che definisce il significato del termine "genocidio". Questo lavoro viene puntualmente contestato da alcuni studiosi - pochi - che mettono in discussione l'autenticità delle fonti e l'analisi storica che ne consegue, con tentativi a volte abili, a volte maldestri, di attribuire ai fatti una "diversa interpretazione", se non di negarli del tutto, escludendo in ogni caso che si sia trattato di sterminio pianificato. 

Le tesi negazioniste sono puntualmente respinte dalla comunità scientifica senza gravi conseguenze sul piano della ricerca e dell'affermazione della verità storica. Invece sul piano politico, sociale e culturale è molto più pericoloso sostenere - come in un gioco di specchi - il paradosso che trasforma le vittime in colpevoli e assolve i persecutori. Così, mentre il popolo tedesco ha avuto la forza di fare i conti con il proprio passato, guidato da alcuni capi di Stato capaci di affrontare i nodi della purificazione morale della nazione dopo il nazismo e dell'unificazione postcomunista, in Turchia il governo - a quasi un secolo dagli avvenimenti - si ostina a negare il genocidio degli armeni e addirittura perseguita chi osa anche solo citarlo. E mentre in Russia si preferisce esaltare il ruolo svolto dall'Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale contro Hitler e si riconosce come leader un uomo dell'ex KGB, pesantemente compromesso con la parte più repressiva del vecchio regime comunista, in Iran il capo del governo Ahmadinejad ritorna a parlare di "complotto ebraico" facendo il verso al vecchio falso dei Protocolli di Sion e accusando Israele di essersi inventata la Shoah per dominare il mondo con la complicità dell'Occidente.

Con il passare del tempo diventa sempre più importante imporre la verità storica di un genocidio, quando i sopravvissuti e i testimoni non possono più raccontare, i documenti si perdono, le prove si deteriorano, lo sdegno si stempera nel ricordo di avvenimenti non direttamente partecipati. I giovani corrono il pericolo di non sapere, di rimanere all'oscuro di pezzi importanti di storia dell'Umanità che li riguardano da vicino come cittadini del mondo, in quanto esseri umani. 
Difendere la memoria dei crimini contro l'Umanità è un dovere verso le vittime, che meritano il rispetto del mondo, e verso i sopravvissuti, i familiari e gli eredi, che hanno il diritto di vedere riconosciuto il loro dolore e la responsabilità dei carnefici. Senza la memoria condivisa della persecuzione il popolo che l'ha subita perde una parte vitale della propria identità e ripercorre all'infinito il calvario già patito, lo strazio dell'ingiustizia, il vuoto della solitudine.
Il negazionismo rinnova  il dolore delle vittime e toglie la possibilità di riflettere sulla capacità dell'Uomo di fare il male e sugli antidoti per evitarlo:  in questo modo impedisce ai giovani di attrezzarsi per il proprio futuro. 

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