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Ricordare il passato per costruire il futuro


Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro - fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915 - focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori.
 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. 

L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale. Solo il più faticoso ma proficuo confronto democratico può garantire lo sviluppo della civiltà umana sotto il segno della convivenza pacifica e del progresso universale. 

Il futuro è nelle mani dei giovani, ma si forgia con i buoni o cattivi maestri. La creazione di una coscienza civile dipende molto dal ruolo svolto dall'educazione. Insieme agli insegnanti e ai genitori, è fondamentale l'azione delle istituzioni come strutture di vita collettiva, referenti del singolo individuo nell'organizzazione sociale. 
La negazione di un genocidio, la nostalgia delle false promesse ideologiche dei totalitarismi, non solo offendono le vittime e reiterano l'angoscia, ma tolgono forza e valore a  chi si è impegnato e ancora si impegna per l'affermazione dei diritti umani nel mondo e per  un futuro libero dalla prevaricazione.
I Giardini dei Giusti che Gariwo propone in tutto il mondo - sull’esempio del Giardino di Yad Vashem a Gerusalemme, dedicato  ai Giusti tra le Nazioni per la Shoah - sono un potente strumento di memoria per avvicinare i giovani alle figure esemplari del passato e del presente, e per  rivendicare il diritto dei popoli e degli singoli alla verità, senza la quale non esiste identità, né individuale né collettiva; così come le relative proposte di percorsi didattici per tutte le fasce scolastiche forniscono agli insegnanti tracce e materiali utili per indirizzare la formazione degli studenti.

Nel 2003 Gabriele Nissim e Pietro Kuciukian, fondatori del Comitato per la Foresta dei Giusti-Gariwo, hanno inaugurato a Milano il Giardino dei Giusti di tutto il mondo, con il contributo del Comune e della Comunità Ebraica, mentre a Yerevan è nato il Muro della Memoria per ricordare i Giusti per gli Armeni accanto al Mausoleo del Genocidio.

A Sarajevo Svetlana Broz ha fondato Gariwosa - la sezione bosniaca di Gariwo - e si batte ogni giorno per difendere il valore della convivenza civile e vedere riconosciuta in quella terra martoriata la memoria di chi non ha voluto sottomettersi alla logica della pulizia etnica. 

A Mosca l’Associazione Memorial tenta tra mille difficoltà di tenere vivo il ricordo delle vittime del GULag e a San Pietroburgo Anatolij Razumov costruisce con fatica il Memoriale dei Nomi Restituiti, per conservare l’identità di chi è stato trucidato e gettato nelle fosse comuni a Levashovo negli anni dello stalinismo. 

Un giovane letterato tedesco inviato sotto le armi in Tuchia, Armin T. Wegner, ha rischiato la vita nel 1916 per documentare con le foto scattate di nascosto negli accampamenti e lungo la via del deserto, la deportazione e lo sterminio del popolo armeno. Lo stesso Wegner nel 1933 ha scritto una lettera di protesta a Hitler invocando la dignità e l’onore del popolo tedesco contro la persecuzione degli ebrei. Per questo è stato arrestato e torturato dalla Gestapo

Un famoso scienziato, sportivo e diplomatico norvegese, Fridtjof Nansen, si è battuto all’inizio del secolo scorso per difendere i più diseredati, tra cui gli armeni sopravvissuti al genocidio. 

I Consoli italiani Giacomo Gorrini, Guelfo Zamboni e Pierantonio Costa, in epoche e luoghi diversi ma con lo stesso spirito umanitario, hanno cercato di sottrarre le vittime – armeni, ebre, tutsi - allo sterminio, l’uno a Trebisonda nel 1915, l’altro a Salonicco nel 1943, il terzo in Rwanda nel 1994. 

Vaclav Havel e gli altri intellettuali e giovani “dissidenti” di Charta ’77 in Cecoslovacchia, senza dimenticare il terribile sacrificio di Jan Palach a Praga; Adam Michik e Jacek Kuron del Kor, in Polonia, insieme ai giovani sacerdoti come Padre Popielusko, massacrati dalla polizia segreta, e gli operai dei Cantieri di Danzica fondatori del sindacato libero Solidarnosc; gli scrittori e poeti Anna Achmatova, Osip Mandelst’am, Alexander Solzenicyn, Varlam Shalamov in URSS, spiriti liberi vittime del GULag: tutti hanno avuto la forza morale di preservare la propria dignità di uomini, di rivendicare il diritto all’autonomia del pensiero, intimamente convinti di servire solo la verità, rispondendo alla propria coscienza.

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