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Il filosofo di Charta 77

Jan Patocka


Nel 1968, prima che la primavera dia i suoi frutti, Jan Patočka è in viaggio. Sta tornando da Friburgo, dove il 6 febbraio si era tenuta una sua conferenza. È diretto verso Praga, la sua città. Si tratta di un lungo viaggio; c’è da attraversare tutta la Germania meridionale, prima di arrivare al confine cecoslovacco e, di lì, alla capitale. Per tentare di comprendere in che senso si possa parlare di Patočka come di un “giusto”, bisogna pensare a questo viaggio, ai pensieri che affollano la mente del filosofo, durante questo difficoltoso percorso verso est. Difficoltoso per due ragioni: per quello che Patočka si lascia alle spalle e per il destino a cui consapevolmente va incontro in patria.


Era stato Eugen Fink ad invitare Patočka a Friburgo, perché tenesse questa conferenza. I due erano amici di vecchia data; proprio nella città tedesca avevano avuto l’opportunità di studiare insieme, sotto la guida di alcuni dei nomi più noti del panorama filosofico internazionale: Husserl e Heidegger, su tutti. Questo avveniva nel 1933, quando una tempesta era in procinto di abbattersi sull’Europa; a quei tempi, il grande desiderio di Patočka era quello di far fruttare gli insegnamenti ricevuti, rendendo Praga un grande centro intellettuale, per i cultori della filosofia. Questo sogno si era poi interrotto bruscamente, in seguito all’invasione nazista e all’inizio della guerra. Da allora, la vita del filosofo boemo aveva subito un cambiamento radicale; da possibile protagonista della cultura del proprio Paese, era divenuto una figura forzatamente marginalizzata, prima durante gli anni dell’occupazione tedesca, poi, analogamente, con l’instaurazione dello stato socialista e la conseguente cacciata dall’università, nel 1949. 


Da quell’anno, Patočka subisce il dolore di un silenzio forzato, destinato a protrarsi fino al 1968, quando il miglioramento delle condizioni politiche gli consentono di recarsi nuovamente a Friburgo, per parlare di nuovo di filosofia, senza più nascondersi. Leggendo il carteggio tra Patočka e Fink, si nota come quest’ultimo, in occasione della summenzionata conferenza, tenti di convincere l’amico a non fare ritorno in Cecoslovacchia. A Friburgo Patočka potrebbe trovare l’ambiente intellettuale che si era inutilmente sforzato di creare a Praga, durante gli anni del “Circolo filosofico” (1934-39). Nonostante la generosità di questa proposta, il filosofo decide di rifiutare, scegliendo di tornare indietro, conscio del grave rischio a cui sarebbe andato incontro, scegliendo di vivere in una realtà storica segnata dalla precarietà, lacerata dallo scontro tra un potere soverchiante e una società animata da un rinnovato dinamismo. È un gesto che assomiglia ad un “sacrificio”, nel senso peculiare che il filosofo attribuisce a questo concetto, nella sua riflessione; non necessariamente un atto eroico altisonante, ma un gesto più sottile: quello di un uomo che, tenendo fede alla propria responsabilità di fronte al mondo, non è disponibile a lasciarsene assorbire completamente, ma difende l’unicità della propria posizione. A Praga, Patočka ha il tempo di organizzare un unico corso universitario, durante il quale questi temi trovano espressione. La filosofia, per lui, non è osservazione del mondo, ma movimento in esso, coinvolgimento nelle sue problematiche più insidiose, a costo di esporvisi pericolosamente.


La stagione di queste ritrovate espressioni di libero pensiero è destinata, tuttavia, a interrompersi bruscamente. Con il fallimento della Primavera di Praga, ha inizio la “normalizzazione”: ricominciano le pressioni politiche, finché, nel 1972, Patočka è costretto nuovamente ad abbandonare l’università, stavolta in via definitiva. Di qui in avanti comincia il periodo “eretico” della sua esistenza; prima i seminari clandestini, alla presenza di pochi allievi, desiderosi di carpire gli insegnamenti del maestro, poi la decisione ultima: quella che avrebbe tramutato il “sacrificio” patočkiano in autentico dissenso politico, con l’adesione a Charta 77, in qualità di portavoce, al fianco di Václav Havel. Con quest’ultima decisione, l’esistenza già provata del filosofo giunge presto alla sua conclusione, sotto le forzature di interminabili interrogatori. La decisione da parte di Patočka di prender parte al dissenso non è un fulmine a ciel sereno, un gesto irrelato rispetto alla sua precedente esperienza. In qualche modo, fin dal 1968, da quel viaggio verso Praga, tutto risulta segnato. È lo stesso pensiero filosofico di Patočka a richiedere questa finalità etica e politica; lo si comprende bene leggendo i verbali degli interrogatori a cui è sottoposto, pochi giorni prima di morire. Alla domanda sul perché avesse contribuito all’iniziativa della Charta, Patočka risponde esprimendo il suo proposito di dare a Charta 77 un più profondo senso filosofico; nella convinzione, quindi, che il successo di un’iniziativa di questo genere stia nella capacità di chi la anima di tenere strettamente contessuti pensiero e azione. Con questo suo fare, con questo sacrificio e questo impegno, Patočka si rivela un “giusto” e come tale merita di essere ricordato.

Francesco Tava

20 dicembre 2011

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Dissenso nell'Europa dell'Est

la verità contro la menzogna del totalitarismo

Il cosiddetto dissenso nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una polis parallela basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale.  Gli esponenti di Charta ’77 in Cecoslovacchia e di Solidarnosc  in Polonia, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki
Da queste posizioni è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.

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