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Elezioni in Egitto

le prime del dopo Mubarak


Sogni e speranze degli egiziani sono in queste ore concentrate sul primo voto libero nella loro storia, a un anno dalla cacciata del dittatore. I candidati sono tredici, tra cui islamisti, politici di sinistra e ministri del passato governo. Si stanno formando lunghe code con attesa media di 40 minuti e si registra l'uccisione di un poliziotto in una sparatoria tra sostenitori di due contendenti. 

Le donne marginali nei giochi dei partiti


La tornata, che potrebbe dirci molto sull'evoluzione della Primavera Araba, è segnata dall'esclusione delle donne. Nelle proteste in piazza Tahrir la componente femminile era fondamentale, ma è stata prima repressa con pratiche violente come i cosiddetti "test di verginità" alle manifestanti, e poi per così dire dimenticata dalla nuova classe dirigente.


Si registra comunque un progresso notevole rispetto al passato: secondo l'analista della BBC Jon Leyne, "prima l'egiziano aveva sempre qualcuno che gli diceva come votare: "il partito al potere, il capofamiglia, l'imam locale. Ora si pensa e si parla liberamente. [...] La democrazia ha portato delle incognite, come ad esempio la scelta se votare seguendo criteri religiosi o valutazioni economiche, ma anche un delizioso senso di imprevedibilità: la novità, a dire il vero per tutto il mondo arabo, di una vera elezione".  


I candidati più accreditati


Il candidato forse più noto all'estero è l'ex Segretario Generale della Lega Araba e Ministro degli Esteri egiziano per dieci anni Amr Moussa. Sostiene il libero mercato, unito a un certo grado di equità sociale, e dichiara di voler portare il Paese "sulla retta via" riformando i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario e normalizzando le relazioni con Israele. 


Ahmed Shafik è stato per un mese l'ultimo premier sotto la Presidenza di Hosni Mubarak. Si propone come un critico del deposto dittatore, ma la sua candidatura fa infuriare molti oppositori di più lunga data. Gioca sulla sua esperienza amministrativa e su proposte (come da slogan) "rivoluzionarie", come quella di intitolare le strade ai martiri di piazza Tahrir. 


I Fratelli Musulmani l'hanno espulso quando ha deciso di candidarsi, ma lui ritiene di rispecchiare veramente le aspirazioni di questa parte dell'elettorato: è Abdul Moneim Aboul Fatou, che vorrebbe convincere gli occidentali ad assecondare una "democratica" svolta islamista dell'Egitto. 


Mohammed Mursi è il leader del Partito della Libertà e della Giustizia, sempre legato alla Fratellanza Musulmana. È diventato il candidato ufficiale del Partito dopo l'esclusione del voto di un contendente a opera della giunta militare al potere. I Fratelli Musulmani hanno sempre temuto di essere squalificati dalla corsa elettorale a favore di membri del passato regime.


Bisogna comunque ricordare che le elezioni non hanno veri e propri favoriti e anche gli altri nove candidati hanno chance di vincerle. Tra i problemi più sentiti, la "disorganizzazione", la povertà e la necessità di migliorare l'istruzione.


La volontà degli elettori sarà rispettata?


Naturalmente rimane la questione se gli egiziani rispetteranno l'esito del voto anche se fossero scontenti. La questione concerne principalmente  il ruolo che l'esercito intende ritagliarsi nell'Egitto del futuro. Probabilmente secondo la BBC lo scenario migliore è che i militari permettano alla democrazia di fiorire in cambio della segretezza, e di una certa floridità, del loro budget. Un'altra domanda interessante è se gli egiziani decideranno di confermare la tendenza pro-islamista già manifestata nel voto parlamentare o preferiranno un Presidente laico che faccia da contrappeso all'attuale orientamento maggioritario dei deputati. 


Naturalmente l'ultima parola spetta agli elettori, che per la prima volta vedono in tv le barzellette sui politici che un tempo raccontavano solo a casa. L'anchorman Bassem Youssef si aspetta che la satira giochi un ruolo crescente, obbligando il futuro Presidente a essere "non un re o un faraone, ma un impiegato". 

23 maggio 2012

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