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Nissim Contente: "devo la vita a un uomo giusto"

intervista di Federico Robbe


La carta d'identità falsa di Nissim Contente

La carta d'identità falsa di Nissim Contente

Giacomo Bassi e Nissim Contente si incontrano la prima volta nel 1943 a Canegrate, nel milanese, dove la famiglia Contente ripiega dopo aver cercato di fuggire in Svizzera. Bassi è un uomo di mezza età, ha due lauree, è cattolico, ha la tessera del Partito nazionale fascista ed è il segretario comunale del paese. Contente è ebreo, ha diciotto anni, ed è un giovane come tanti altri. Ma nello stesso tempo è diversissimo da tanti altri. Di più: secondo alcuni era così diverso che non aveva il diritto di studiare, di fare certi lavori, di frequentare certi ambienti. E andava eliminato. In quel settembre 1943 le vite dei due si intrecciano per non districarsi mai più: il giovane Contente accompagna la madre Paola dal segretario comunale per comunicare la propria presenza. “Sta a lei salvarci o lasciare che si compia il nostro destino”, dice Paola a Giacomo Bassi. E in un contesto in cui tutto sembrava consigliare di salvare la pelle e di non esporsi più di tanto, Bassi non si accontenta. E rischia: fornisce delle carte d’identità in bianco, indica un timbrificio di un amico a Milano che può vidimare i documenti, si preoccupa di trovare un posto per nascondere tutta la famiglia Contente dai sempre più frequenti rastrellamenti. Per circa quindici mesi padre, madre e tre figli restano nascosti in una scuola di un comune vicino, San Giorgio su Legnano, dove Bassi era pure segretario comunale, e dove decise di farli restare per non destare troppi sospetti a Canegrate. Da quel momento la famiglia Contente diventa la famiglia De Martino, profughi siciliani “arrivati con peripezie inenarrabili”. Era questa la risposta che dovevano sempre dare di fronte a qualsiasi domanda di troppo. E Nissim Contente diventa Giovanni De Martino, nato a Brolo, provincia di Messina.
Durante gli anni bui della Repubblica sociale italiana le vite si salvavano così. Rischiando la vita sua e dei suoi cari, Giacomo Bassi decide di dire sì a quella richiesta di aiuto, senza secondi fini, senza alcuna convenienza politica o economica e senza avere la minima idea di chi fossero quelli che aveva di fronte. Senza moralismi di sorta, Bassi semplicemente decide di non tradire la propria umanità. Di avere a cuore la dignità umana in ogni circostanza. Perché in fondo si tratta di questo, non del raggiungimento della perfezione o di chissà quale tensione morale. In fondo, il punto è se si vuole essere uomini davvero o no. Giacomo Bassi lo è stato. Ha deciso di starci, ma avrebbe potuto dire di no. 


Nissim Contente oggi


Oggi il signor Contente ha quasi 87 anni, vive a Milano ed è un buon amico dei figli di Bassi. È un uomo ironico, saggio, e fortunatamente con una memoria prodigiosa. Va spesso nelle scuole a parlare di quello che ha passato, di quello che ha visto, di quanto ha sofferto. Ma soprattutto di come ne è uscito, grazie al gesto semplice, inaspettato e commovente di Giacomo Bassi, che nel 1998 è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni. 
Contente ricorda quegli anni con un misto di nostalgia e tristezza. Nostalgia per la giovane età, e tristezza per quello che ha passato. Tra le sofferenze maggiori ricorda l’impossibilità di studiare. “Togliere a un giovane la possibilità di studiare, imparare, capire cosa succede nel mondo”, ci dice, “è la cosa peggiore che si possa fare. Dopo la guerra naturalmente siamo ripartiti da zero: poca poesia e molta pratica”. E così è stato: all’inizio ha fatto mille lavori tra cui l’ambulante. Intanto il padre riprende l’attività di pellicciaio, interrotta a causa della guerra e delle persecuzioni, dove in seguito anche il figlio avrebbe lavorato a lungo. 
Giacomo Bassi ha continuato ad occupare un posto importante nella vita della famiglia: “finita la guerra non ci siamo visti molto spesso però siamo rimasti in contatto. Bassi era presente al mio matrimonio nel 1957, e a quello di mia sorella Sara nel 1961”. Morirà poi nel 1968, a settantadue anni. 


Il ricordo della Shoah


Trent’anni dopo, nel 1998, si presenta inaspettata l’occasione per rendere giustizia al coraggio di Bassi. “Facevo parte di un circolo culturale che organizzava viaggi alla scoperta delle identità ebraiche in Italia nel medioevo e periodi antecedenti”, racconta Contente, “e in uno di questi viaggi a Napoli, nel 1998, rividi un mio compagno di classe, anzi, di banco, delle elementari. Si chiama Gianfranco Moscati, oggi è uno dei più grandi filatelici del mondo, e in quegli anni era presidente della comunità ebraica di Napoli”. Naturalmente la prima domanda dopo tanto tempo e dopo i drammi della Shoah non poteva che essere sulla sopravvivenza. Come, perché, grazie a chi, e se era stato fatto qualcosa. Perché il tempo non poteva certo cancellare i ricordi di quegli anni terribili. La paura, la speranza, il dramma della quotidianità. Il dramma di mangiare, dormire e sopravvivere. Tutte cose oggi scontate, ma che allora non lo erano affatto. Per questo anche i più piccoli dettagli restano scolpiti nella memoria. Dopo aver raccontato la storia per filo e per segno, Contente viene sollecitato da Moscati a fare qualcosa. “A quel punto mi sono attivato e nel mese di giugno ’98 ho scritto a Yad Vashem mandando tutta la documentazione che testimoniava l’azione di Bassi. In settembre mi hanno risposto dicendo che era stata decisa l’assegnazione della qualifica di Giusto. Per l’occasione sarebbe arrivato il console israeliano da Roma”.


Gli incontri con i giovani


Dal 1998 si intensificano i rapporti tra Nissim Contente e Graziana, la figlia di Giacomo Bassi. “È stata lei a chiedermi di iniziare a raccontare la mia storia nelle scuole. Le voci girano, alle giornate della Memoria e ad altre celebrazioni alcuni insegnanti mi chiedono di andare anche nelle loro scuole e mi sono fatto un po’ di clientela, diciamo così…”. Sorride, e ci tiene a dire che nei suoi incontri coi ragazzi parla del popolo ebraico, delle leggi razziali e naturalmente dell’eroismo non scontato di Giacomo Bassi: “vorrei che non ci fosse il negazionismo, perciò ritengo molto proficuo e significativo parlare ai giovani. Certo io sono un povero ragioniere, non sono all’altezza di lanciare messaggi – si schermisce – però un motivo per cui vale la pena raccontare questa storia c’è, ed è un motivo profondamente umano. È il ricordo di una persona che può essere descritta adeguatamente solo con un termine: Giusto”. 
Sfogliando le lettere, attentamente ordinate e custodite, che alcuni alunni gli hanno mandato si capisce ancora di più il senso delle sue parole. Si capisce cioè che l’umanità di Bassi colpisce oggi come sessant’anni fa. Istante dopo istante, è un sì che va rinnovato. E ogni volta non è scontato che sia un sì. Per questo non può che commuovere leggere i ringraziamenti di alcuni ragazzi di una scuola media. Parole semplici, schiette, senza giri di parole, tipiche di quell’età: “sono contenta che un uomo buono come Giacomo Bassi vi abbia aiutato e che in questo momento lei possa essere qui tra noi a raccontarci queste cose, che non devono mai essere dimenticate”. Oppure: “per me è molto importante ascoltare storie come la sua, perché sono storie che in futuro noi racconteremo ai nostri figli, che a loro volta le racconteranno ai loro figli e così via”. Vuol dire che la vicenda di Bassi e della famiglia Contente fanno breccia oggi. Segno di una memoria viva, e di un abbraccio profondamente umano che dal 1943 arriva fino a oggi. Quell’abbraccio tra sconosciuti, eppure così carico di affetto, che dall’austera sala del Comune di Canegrate sorprende positivamente ognuno di noi. E permette di andare a cercare altre storie come questa per raccontare la memoria del Bene. Di persone, o “momenti di persone”, che hanno scelto il Bene.

Federico Robbe, ricercatore dell'Università di Milano

29 maggio 2012

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Soccorritori

chi salva una vita salva il mondo intero

Nel Memoriale di Yad Vashem, a Gerusalemme, il Giardino dei Giusti ricorda chi cercò di salvare gli ebrei durante la Shoah, chi li nascose, chi li aiutò a espatriare con documenti falsi, chi li sfamò o diede loro un lavoro, chi, vedendoli soffrire, li soccorse in qualche modo invece di rimanere indifferente.Nel Muro della Memoria di Yerevan le lapidi ricordano i soccorritori degli armeni durante il genocidio del 1915, coloro che cercarono di fermare i massacri, che si rifiutarono di obbedire agli ordini, che diedero rifugio ai bambini, che denunciarono al mondo lo sterminio che stava avvenendo sotto i loro occhi impotenti.
Nel 1994 in Rwanda alcuni tutsi, braccati dalle milizie interahamwe, furono protetti da vicini di casa, amici -, a volte anche estranei - dell'etnia hutu, che si erano rifiutati di partecipare alla "caccia all'uomo" con il macete organizzata da altri hutu per sterminare la minoranza tutsi nel Paese.
Negli stessi anni in Bosnia la pulizia etnica colpiva migliaia di vittime innocenti e chi riuscì a sfuggire ai massacri fu aiutato nel medesimo modo, da vicini di casa, compagni di scuola, amici, o sconosciuti, di altre etnie.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, questi soccorritori rischiano la vita, a volte la perdono nel portare aiuto alle vittime, divenendo vittime essi stessi. Altre volte perdono il lavoro, il benessere, il riconoscimento sociale, o vengono imprigionati, torturati, emarginati. In ogni caso, ancor prima di iniziare, sanno di correre un pericolo, ma preferiscono rischiare piuttosto che convivere con il peso del rimorso per essere rimasti indifferenti. Con la loro azione ogni volta "salvano il mondo intero", come recita il Talmud.

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