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Quel minuto di silenzio per gli atleti israeliani uccisi nel '72

il Coni si batterà per la memoria


Nel 1972, il mondo assistette con orrore all’amichevole competizione tra le squadre olimpiche delle diverse nazioni che veniva sostituita dalla violenza e dalla carneficina. Era l’attacco del gruppo terrorista palestinese “Settembre nero” contro gli atleti di Israele, 11 dei quali furono uccisi negli scontri tra gli assassini e i poliziotti tedeschi. 


Oggi le vedove degli sportivi uccisi nel 1972 chiedono al Comitato Olimpico di fare osservare un minuto di silenzio in onore dei loro coniugi. Una di loro, Ankie Spitzer, ha dichiarato pubblicamente: “I nostri mariti non erano turisti. Erano membri della famiglia olimpica e come tali vanno onorati”. 


Di seguito l’elenco delle vittime della strage di 40 anni fa: 


David Berger, 28 anni, pesista, nato negli Stati Uniti d'America e recentemente emigrato in Israele
Ze'ev Friedman, 28 anni, pesista, nato in Polonia e sopravvissuto alle persecuzioni razziali
Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana, padre di due figlie
Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica, cittadino israeliano da pochi mesi
Yossef Romano, 31 anni, pesista, nato in Libia, padre di tre figli e veterano della Guerra dei Sei Giorni
Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera, nato in Israele, padre di quattro figli
Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno, nato in Romania, aveva perso la moglie e una figlia durante le persecuzioni razziali
Mark Slavin, 18 anni, lottatore, nato in Unione Sovietica ed emigrato in Israele nel maggio 1972
André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma, nato in Romania e padre di una bimba di pochi mesi
Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi, nato in Polonia e unico sopravvissuto del suo nucleo familiare alle persecuzioni razziali
Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di lotta greco-romana, nato in Israele


In queste ore è arrivata al Corriere la lettera del Presidente del CONI Giovanni Petrucci che annuncia che l’ente italiano farà sua l’istanza di commemorare “chi era andato ai Giochi per gareggiare e invece vi ha trovato una morte barbara e feroce”. Gli ha risposto Pierluigi Battista, sottolineando che la campagna per il minuto di silenzio sarà accompagnata anche da manifestazioni in tutte le città europee davanti alle ambasciate britanniche, contro una scelta dettata da paura di contrariare coloro che non riconoscono a Israele “nemmeno il diritto di esistere”. 


La memoria non è politica


Purtroppo le autorità preposte all’organizzazione dei Giochi 2012 di Londra, promettono solo una cerimonia a margine delle Olimpiadi, da tenersi nella London Guildhall con la collaborazione dell’Ambasciatore israeliano in Inghilterra e della Comunità ebraica. Temono infatti che il minuto di silenzio proposto a tutti gli spettatori e i giocatori delle partite provocherebbe la defezione degli Stati arabi, che potrebbero secondo il loro portavoce sentito dalla BBC ravvisare una “politicizzazione” delle Olimpiadi. 


Ma le famiglie delle vittime di “Settembre nero” e una moltitudine di individui e di associazioni non ci stanno: la memoria dell’atto terroristico non è un fatto politico o un momento rituale di un popolo o di una fede, ma è un tributo che tutti dovrebbero rendere a delle vittime di un attacco vile indipendentemente dalla nazionalità e dalla religione di chi è stato ucciso e dei suoi assassini. 


In quest’occasione, e unendoci a coloro che chiedono il rispetto di un minuto di silenzio per le vittime dell’attentato di Monaco, vogliamo ricordare alcuni atleti che sono stati grandi sia nella loro disciplina, sia nel comportamento eticamente responsabile verso gli altri esseri umani e i loro diritti. 


Un “piccolo passo” per le donne arabe


Proprio a Londra è stata inaugurata quest’anno la mostra della fotogiornalista Brigitte Lacombe sulle sportive del mondo arabo. Molte hanno dovuto subire divieti e discriminazioni a causa del fondamentalismo islamico, ma quest’anno almeno le donne saudite concorreranno alle Olimpiadi. Si tratta di due atlete, Wodjan Ali Seraj Abdulrahim  Shrarkhani e Sarah Attar, specialiste di atletica. Il Comitato Olimpico e l’ONU si sono felicitati per questa scelta, ma ricordano che nel Paese del Golfo alle donne è ancora vietato guidare e uscire con il capo scoperto. Le sportive arabe hanno comunque ottenuto “piccoli passi” nel segno dell’avanzamento già rispetto al 2010, quando la campionessa di equitazione Dalma Rushdi Malhas si era vista consigliare di correre sì alle Olimpiadi, ma “sotto bandiera neutrale”.  In generale i religiosi islamici che si opponevano all’invio delle atlete sono contro gli ambienti misti dove le donne e gli uomini possono incontrarsi stabilmente e al concetto di competitività per le donne. Nella capitale inglese correranno anche donne degli Emirati Arabi e del Qatar, che addirittura nominerà una sportiva sua portabandiera.


Emil Zatopek


Proprio di recente l’acclamata compositrice britannica Emily Howard ha dedicato un’opera alla figura di Emil Zatopek, il corridore ceco che vinse ai 5 mila, 10 mila metri e alla maratona a Helsinki nel 1952. Zatopek stupì tutti perché non aveva apparentemente uno stile di corsa molto favorevole a grandi risultati e inoltre sorrideva e scherzava durante le gare, mentre i concorrenti erano tutti seri e concentrati sulla prestazione. 


Soprattutto però Zatopek era un uomo giusto. Si sforzava di imparare le lingue degli atleti delle altre nazioni, cedette la sua medaglia all’australiano Clarke che non aveva mai vinto l’Oro olimpico e  visse una vita riservata con la moglie, una lanciatrice di giavellotto, nei dintorni di Praga senza mai dare adito a scandali. Nel 1968 andò incontro all’espulsione dal Partito Comunista perché parlò pubblicamente contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. 


Jesse Owens 


Era il 1936 quando questo atleta, nero e americano, vinse 4 Ori olimpici alle Olimpiadi di Berlino, battendo i migliori sportivi tedeschi. 22enne, figlio di un mezzadro, Owens divenne suo malgrado simbolo dei diritti umani sia per avere “umiliato Hitler”, sia per essere costretto, in patria, a mangiare in mense o a viaggiare in autobus per soli afroamericani. 


È forse il predecessore illustre delle due icone sportive dei diritti dei neri che hanno infiammato il pubblico negli anni successivi, Tommy Smith a Città del Messico nel 1968 e Mohammed Ali con la sua protesta contro la guerra in Vietnam?


Le Olimpiadi in Cina 


Nel 2008 le Olimpiadi hanno avuto luogo a Pechino. Organizzazioni come Amnesty International hanno lottato per portare “i diritti umani sul podio”, ed è stato caldeggiato perfino il minuto di silenzio che oggi a Londra è negato. La canoista medaglia d’argento Josefa Idem ha dichiarato: “Non mi sono dimenticata del Tibet e del Dalai Lama”.  


Speriamo che al Comitato Olimpico non si dimentichino dei colleghi massacrati dai terroristi.

Analisi di Carolina Figini, redazione Gariwo

18 luglio 2012

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Amina Wadud

docente di studi islamici presso il Dipartimento di filosofia e studi religiosi dell'Università americana della Virginia